Birra, controller e schermi giganti: dentro gli esports bar che stanno cambiando le serate dei gamer italiani
C'era un tempo, non poi così lontano, in cui giocare ai videogiochi era un'attività rigorosamente domestica. Ognuno a casa sua, cuffie alle orecchie, luci spente. Poi qualcosa è cambiato: gli esports bar sono arrivati nelle città italiane, e hanno riportato i gamer fuori dalle stanze.
Cos'è esattamente un esports bar
Immaginate il classico pub di quartiere, con il bancone in legno e le scritte al gessetto sulla lavagnetta. Ora aggiungete una decina di postazioni di gioco, uno schermo da 100 pollici dove vengono proiettati i finali dei major di League of Legends o Valorant, e un calendario di tornei amatoriali con iscrizioni a 5 euro e premi in birra e merchandising. Questo, in sintesi, è il formato.
Locali di questo tipo sono spuntati negli ultimi due anni in diverse città italiane: Milano, Roma, Torino, ma anche realtà più piccole come Brescia, Bologna e Perugia. Alcuni sono nati come bar tradizionali e si sono trasformati, altri hanno aperto direttamente con questo concept. Il filo comune? La convinzione che il gaming sia, prima di tutto, un'esperienza da condividere.
La voce dei proprietari
«Io ho smesso di giocare quando sono entrato nel mondo del lavoro, come succede a tutti. Poi un giorno ho realizzato che mi mancava di più la compagnia che il gioco stesso», ci racienta Marco, 38 anni, proprietario di un gaming hub in periferia milanese. «Così ho pensato: perché non unire le due cose? La gente viene, beve qualcosa, gioca una partita e resta fino a tarda sera. Il venerdì sera facciamo il torneo di FIFA o EA FC, il sabato proiettiamo i match internazionali».
I numeri, dice, hanno superato le aspettative. Il pubblico non è solo quello che ci si aspetterebbe: sì, c'è il ventenne che gioca a Valorant, ma ci sono anche i gruppi di colleghi che prenotano una console per il torneo aziendale e le coppie che scelgono il locale perché «almeno una sera facciamo qualcosa di diverso dal solito».
I clienti: non solo nerd incalliti
Parlando con gli abituali, emerge un quadro interessante. Giulia, 24 anni, giocatrice di Rocket League, racconta di aver trovato il suo team proprio in un torneo amatoriale al bar: «Online giocavo sempre da sola, con gente che non avrei mai rivisto. Qui ho incontrato persone della mia città, adesso ci vediamo anche fuori dal gioco».
È questo, forse, l'aspetto più significativo della tendenza: gli esports bar funzionano come incubatori di community. Tornei che nascono casuali diventano leghe stabili, con squadre fisse che si sfidano settimana dopo settimana. Alcuni locali hanno persino strutturato campionati interni con classifiche, statistiche e premi di fine stagione, piccoli campionati che ricordano, in scala minima, l'organizzazione dei tornei esports professionistici.
Il fattore community, a portata di birra
C'è poi la questione delle proiezioni. Vedere una finale di esport su uno schermo gigante, circondati da altre cento persone che tifano, è un'esperienza che nessuno streaming casalingo può replicare. È il discorso del calcio allestibar: il mondiale si può vedere anche da soli sul divano, ma il divertimento sta nel condividerlo.
E il tifo per i team italiani nei tornei internazionali, quando c'è, trasforma il locale in una piccola piazza digitale. Non a caso, nelle serate di maggior richiamo, alcuni hub registrano presenze paragonabili a quelle di una partita di Serie B in un bar sportivo tradizionale.
Una moda o il futuro?
Restano, ovviamente, le sfide. I costi di gestione sono alti: hardware aggiornato, connessione fibra dedicata, licenze per i titoli più richiesti. E non tutti i locali riescono a reggere il confronto con le grandi catene. Alcuni hanno già chiuso i battenti dopo pochi mesi, vittime di un entusiasmo iniziale non sostenuto da una programmazione costante.
Ma chi ci lavora ogni giorno è ottimista. «Il gaming italiano ha bisogno di luoghi fisici, di ritrovo, di incontro», conclude Marco. «Per anni ci siamo chiesti perché l'Italia era indietro rispetto ad altri paesi. Forse la risposta è che mancavano proprio questi spazi: posti dove il gioco si vive insieme, con una birra in mano e un torneo che inizia tra dieci minuti».
La prossima volta che passate davanti a un locale con uno schermo gigante acceso e una fila di PC vicino alla vetrina, entrate. Potreste trovare la vostra nuova squadra — o almeno, una buona serata.