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Esports tra i banchi: come le scuole italiane stanno sfornando i campioni di domani

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Esports tra i banchi: come le scuole italiane stanno sfornando i campioni di domani

Photo: G. Edward Johnson, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

Chi avrebbe mai pensato, anche solo cinque anni fa, che un torneo di League of Legends o di Rocket League potesse entrare nel calendario scolastico ufficiale di un liceo italiano? Eppure, nel 2025, questa non è più fantascienza. In tutta la penisola, dagli istituti tecnici del Nord fino ai licei scientifici del Sud, qualcosa sta cambiando — e i ragazzi che fino a ieri si nascondevano per giocare durante la ricreazione oggi allenano le proprie squadre con il supporto dei professori.

Benvenuti nell'era degli esports scolastici in Italia.

Da passatempo a disciplina: il cambio di paradigma

Per decenni, il gaming è stato visto dalle istituzioni scolastiche italiane come un nemico della produttività, qualcosa da combattere o almeno da ignorare. Il classico discorso del "stacca il controller e studia" risuonava in milioni di case e, di riflesso, anche nelle scuole. Poi, lentamente, qualcosa è cambiato.

Il merito va in parte alla crescita esplosiva degli esports a livello globale — un settore che vale ormai miliardi di euro e che offre carriere reali, non solo come giocatori professionisti ma anche come coach, analisti, streamer, event manager e sviluppatori. Quando i numeri diventano così grandi, anche le istituzioni iniziano ad ascoltare.

In Italia, il segnale più concreto è arrivato con alcune iniziative pilota promosse da federazioni sportive regionali e associazioni di categoria, che hanno iniziato a dialogare con il Ministero dell'Istruzione per riconoscere i tornei esports giovanili come attività extracurriculari strutturate. Non siamo ancora al livello degli Stati Uniti, dove alcune università offrono borse di studio esports, ma la direzione è quella.

I gaming club scolastici: dove tutto inizia

Il punto di partenza, nella maggior parte dei casi, è il gaming club. Funziona più o meno come un qualsiasi club sportivo scolastico: un gruppo di studenti si organizza, trova un professore referente, e inizia ad allenarsi con regolarità. La differenza è che invece di correre su un campo di calcio, questi ragazzi si sfidano su PC o console, affinando riflessi, comunicazione e pensiero strategico.

Alcuni degli istituti più attivi su questo fronte si trovano in Lombardia, Piemonte e Lazio, dove la densità di eventi gaming e la presenza di aziende del settore tech favorisce un ecosistema più ricettivo. Ma i casi virtuosi non mancano nemmeno in regioni meno centrali: in Sicilia, in Campania e in Toscana ci sono scuole che hanno avviato progetti pilota con risultati sorprendenti, sia in termini di partecipazione degli studenti che di performance nei tornei.

Cosa si gioca, di solito? I titoli più comuni nei contesti scolastici italiani sono Valorant, FIFA (o il più recente EA Sports FC), Rocket League e Among Us per i formati più casual. Nei licei con un approccio più strutturato si trovano anche squadre di League of Legends e Counter-Strike 2, con allenamenti settimanali e una vera e propria mentalità da team competitivo.

Tornei regionali e nazionali: la scena si organizza

Uno degli sviluppi più interessanti degli ultimi anni è la nascita di circuiti competitivi pensati appositamente per gli studenti delle scuole superiori. Alcune realtà associative, spesso in collaborazione con enti locali o sponsor privati del settore gaming, hanno organizzato tornei regionali che mettono di fronte squadre di scuole diverse, creando un format simile ai campionati sportivi scolastici tradizionali.

L'impatto su chi partecipa è spesso sottovalutato. Giocare in rappresentanza della propria scuola, con una divisa (anche solo una maglietta personalizzata), davanti a compagni che tifano, trasforma completamente l'esperienza. Non è più "giocare ai videogiochi": è competere, rappresentare, fare squadra. Valori che, guarda caso, sono esattamente quelli che la scuola dovrebbe insegnare.

Alcuni di questi tornei hanno già prodotto storie degne di nota: ragazzi di 16-17 anni che, dopo aver vinto competizioni scolastiche, sono stati notati da team semiprofessionistici o hanno ricevuto inviti a partecipare a eventi nazionali di categoria. Il percorso dalla scuola al palcoscenico professionale è ancora lungo, ma non è più impossibile da immaginare.

Il ruolo dei professori: tra scettici e pionieri

Ogni rivoluzione ha i suoi pionieri, e nel caso degli esports scolastici italiani si tratta spesso di professori di informatica, educazione fisica o anche di materie umanistiche che hanno capito il potenziale del gaming come strumento educativo e aggregativo.

Non è sempre facile. Il pregiudizio culturale è ancora forte: c'è chi vede i gaming club come una distrazione, chi teme che i ragazzi trascurino lo studio, chi semplicemente non conosce il mondo degli esports abbastanza da capirne il valore. Ma chi ha provato racconta una storia diversa: studenti più motivati, migliore coesione tra compagni di classe, e — sorpresa — spesso anche risultati scolastici più costanti tra chi partecipa attivamente ai club.

La chiave, secondo chi ci lavora sul campo, è la struttura. Un gaming club ben organizzato non è un pomeriggio di gaming libero: prevede allenamenti pianificati, analisi delle partite, discussioni tattiche, gestione del team. Competenze che, tradotte in altri contesti, diventano project management, comunicazione, problem solving.

Borse di studio e futuro professionale: si può davvero campare di esports?

La domanda che ogni genitore si pone è sempre la stessa: "Ma poi, con gli esports, cosa fai nella vita?". La risposta, nel 2025, è molto più articolata di quanto si pensi.

Sì, diventare un pro player di alto livello è difficilissimo — come diventare un calciatore di Serie A. Ma l'ecosistema degli esports offre decine di professioni collaterali: casting e commentatori, coach e analisti, organizzatori di eventi, community manager, sviluppatori di contenuti, streamer, giornalisti di settore (come noi di Playz.it, per dire). Senza contare che competenze come il pensiero strategico, la gestione della pressione e il lavoro in team sono trasversali e apprezzate in qualsiasi settore lavorativo.

Alcune università italiane stanno iniziando a muoversi in questa direzione, offrendo corsi specifici legati al management degli esports o alla comunicazione digitale nel gaming. E qualche borsa di studio legata alle performance nei tornei giovanili è già realtà, anche se ancora in forma embrionale.

La strada è ancora lunga, ma la direzione è giusta

Il movimento degli esports scolastici in Italia è ancora giovane, frammentato e spesso dipendente dall'entusiasmo di singoli insegnanti o dirigenti scolastici illuminati. Manca ancora una regia nazionale, un riconoscimento istituzionale chiaro, risorse dedicate.

Ma il seme è piantato. E se c'è una cosa che la storia degli esports ci ha insegnato, è che le cose possono cambiare in fretta. Qualche anno fa i pro player erano considerati degli sfigati che perdevano tempo; oggi sono atleti con contratti milionari e milioni di fan.

Forse tra qualche anno guarderemo indietro a questo periodo come all'inizio di qualcosa di grande. E quei ragazzi che oggi si allenano nelle aule informatiche dei licei italiani, tra una versione di matematica e un'altra, potrebbero essere i campioni che tra qualche anno vedremo sui palchi delle finali mondiali.

Noi di Playz.it ci saremo a raccontarlo. Come sempre.

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